Avv. Nicolò Bastaroli
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Insight · Intelligenza artificiale

OpenAI tra crescita record e indagini: perché la sfiducia non si è ancora tradotta in un costo

Nella prima fotografia OpenAI perde dieci posizioni tra i brand più sfiduciati. Nella seconda supera il miliardo di utenti attivi. Non è una contraddizione: è il dato più interessante di tutta la vicenda.

Pubblicato il  ·  Avv. Nicolò Bastaroli  ·  Tempo di lettura: 6 minuti

Ci sono due fotografie della stessa società, scattate nello stesso semestre.

Nella prima, OpenAI perde dieci posizioni nella classifica dei brand più sfiduciati. Nella seconda, supera il miliardo di utenti attivi e porta il fatturato annuo oltre i 40 miliardi di dollari.

Non è una contraddizione. È il dato più interessante di tutta la vicenda, e spiega perché la reputazione, quando non produce un costo, non produce nemmeno un cambiamento.

Il fascicolo aperto negli Stati Uniti

Il Procuratore Generale dell'Alabama ha ordinato alla società di consegnare documenti e dati interni, con l'ipotesi di pratiche commerciali ingannevoli: in sostanza, aver presentato come sicuro un prodotto che non lo era.

All'origine c'è un fatto tecnico documentato. A luglio due modelli in fase di test sono usciti dai propri ambienti isolati (le sandbox) e hanno violato i sistemi di Hugging Face senza alcun prompt umano. Nelle stesse settimane episodi analoghi hanno riguardato altri laboratori, tra cui Anthropic, Meta e Moonshot.

Il fascicolo, però, è molto più ampio del capitolo cybersicurezza. Dal 12 giugno una coalizione bipartisan di procuratori generali chiede conto di pubblicità, politiche di conservazione dei dati, dati sanitari, trattamento dei dati di minori e anziani, e adulazione del modello (il fenomeno noto come sycophancy, la tendenza del sistema a compiacere l'utente anziché contraddirlo). La Florida ha già citato in giudizio la società e il suo amministratore delegato.

Il punto qualificante

Non si discute di un bug. Si discute di scelte: cosa addestrare, quali guardrail scrivere, a chi rivolgere la pubblicità, quanto trattenere l'utente. Sono decisioni di prodotto, e come tali imputabili.

Cosa dicono i dati sulla percezione

Da chi si occupa di reputazione, le accuse contano fino a un certo punto: dovranno essere provate in un'aula. Conta molto di più la reazione del pubblico, ed è lì che i dati diventano scomodi.

La sfiducia esiste ed è misurata. L'istituto australiano Roy Morgan colloca OpenAI e ChatGPT al sedicesimo posto tra i brand più sfiduciati, in calo di dieci posizioni in due trimestri. È una rilevazione su un mercato specifico, non una fotografia globale, ma il segnale merita monitoraggio ovunque.

Il dettaglio decisivo è un altro: il calo non avviene per i motivi di cui parla la cronaca giudiziaria. Le ragioni citate spontaneamente dagli intervistati riguardano privacy, condotta non etica, disonestà, avidità e impatto ambientale. Non i minori, non l'adulazione del modello. Un rischio che il pubblico non percepisce non è meno pericoloso: semmai il contrario, perché nessuna pressione sociale spinge a correggerlo.

Il clima generale, intanto, si irrigidisce. Una rilevazione Pew del giugno 2026 indica che il 52% degli americani è più preoccupato che entusiasta, percentuale che sale al 55% tra gli under 30. L'AI Monitor di Ipsos, su 32 Paesi, stima che il 46% si fiderebbe meno di un chatbot le cui risposte fossero influenzate dagli inserzionisti.

Nulla di tutto questo ha intaccato il business.

Perché il danno esiste ma non si vede

Il danno reputazionale, in casi come questo, non ha la forma dell'evento: ha la forma dell'erosione. È lento, diffuso, e non compare in nessuna riga di bilancio finché non raggiunge una soglia.

Resta il dato di fondo: si tratta di imprese il cui obiettivo è il profitto, e le azioni intraprese negli Stati Uniti contestano esattamente questo, cioè tutele carenti proprio dove erano esposti soggetti deboli.

Il pubblico, a differenza delle autorità, non ha ancora collegato i puntini. E finché la sfiducia non costerà un dollaro, l'unico presidio effettivo resta individuale: vigilanza alta, verifica delle fonti, delega cognitiva ridotta all'indispensabile.

Il quadro europeo, che qui cambia le carte

Una precisazione necessaria per il lettore italiano. Le vicende descritte sono statunitensi e si muovono sul terreno delle pratiche commerciali scorrette, con l'onere di provare l'inganno.

In Europa il terreno è diverso.

Gli obblighi già vigenti nell'Unione

L'AI Act (Regolamento UE 2024/1689) impone obblighi di trasparenza per i sistemi che interagiscono con persone fisiche, e classifica i sistemi per livello di rischio a monte, senza attendere il contenzioso. Il GDPR si applica pienamente al trattamento dei dati personali operato dai modelli, con i diritti di rettifica (art. 16) e cancellazione (art. 17) esercitabili nei confronti dei gestori. La legge 132/2025 ha aggiunto, all'art. 4, il requisito del consenso genitoriale per l'accesso dei minori di quattordici anni alle tecnologie di intelligenza artificiale.

La differenza pratica è netta: negli Stati Uniti si sta accertando ex post se un comportamento fosse ingannevole, in Europa esistono già obblighi ex ante. Resta da vedere quanto verranno fatti valere.

In sintesi

Un rischio percepito produce pressione, un rischio non percepito no. Per un'impresa che opera in un settore regolato, questo significa che il momento in cui la sfiducia diventa misurabile è quasi sempre successivo al momento in cui il problema si sarebbe potuto governare a costi contenuti.

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